L’estranea e la spirale del dolore: cosa succede quando una ferita non si rimargina più del tutto?

L’estranea (The Spiral) di Paolo Strippoli, presentato a Venezia e scelto per rappresentare l’Italia agli Oscar, è il primo horror a ottenere questo riconoscimento. Un film formalmente riuscito, con regia curata e interpretazioni convincenti, che…

Scena de L’estranea di Paolo Strippoli: una famiglia in posa davanti a una villa ricoperta di edera, con un tavolo apparecchiato e un bull terrier.

Scrivere di un’opera cinematografica non è mai semplice, ma ci sono casi in cui diventa quasi doveroso, e l’ultima fatica di Paolo Strippoli è senza dubbio uno di questi: per il percorso che la pellicola ha già compiuto e, ancor più, per le domande che mette in scena.

Il suo titolo è L’estranea, ma ai più, specie a livello internazionale, è conosciuta come The Spiral: sì, perché l’opera dell’appena trentatreenne regista pugliese, presentata per la prima volta alla 83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, è stata scelta per rappresentare l’Italia alla 99ª edizione dei Premi Oscar, nella categoria Miglior Film Internazionale. Una scelta che pone la pellicola, nelle sale dall’8 ottobre, davanti a opere firmate da alcuni tra i nomi più autorevoli del nostro cinema.

A motivarla, nelle parole della commissione, è la natura stessa del film: un’opera nuova, di genere, firmata da un giovane autore già apprezzato da pubblico e critica. Per il cineasta di Corato è un riconoscimento di rilievo e, insieme, un segnale di attenzione verso il cinema di genere nel suo complesso.

La sorte di un’opera simile è ancora tutta da scrivere, ma resta la sensazione che, ancora più della precedente, La valle dei sorrisi, sia destinata a far discutere. Quanto basterà a convincere un pubblico storicamente diffidente verso il genere è presto per dirlo; l’auspicio, fermo e sostenuto, è che si riesca a varcare, una volta tanto, quel confine indefinito che tiene gli spettatori lontani dalla sala ogni volta che in cartellone compare l’orrore.

La trama

Roma, un giorno di pioggia battente, in uno scenario dai toni apocalittici. Alice, ormai adulta, riceve la visita inattesa della madre, Anna, che si presenta con una piccola valigia e pretende, a poco a poco, di essere ascoltata. Alla figlia viene gradualmente rivelata quella che la madre le professa essere la verità sulla storia della famiglia Colonna, nel cui destino aleggia la figura di una sconosciuta.

La forma

Sceneggiatura e impianto narrativo

L’impianto narrativo de L’estranea si articola su due linee temporali che si intrecciano in un continuo alternarsi tra passato e presente. La prima si svolge nell’oggi e ruota attorno alla visita di Anna alla figlia Alice; la seconda raccoglie i numerosi episodi tragici che coinvolgono, uno alla volta, i membri della famiglia Colonna. A scandire la struttura interviene una suddivisione in capitoli, annunciati da titoli a tutto schermo in apertura di ciascuno e dedicati ai singoli componenti della famiglia, che segnano il progredire della vicenda anche sul piano cronologico.

Il dialogo fra le due dimensioni è costruito con grande efficacia: i confronti tra madre e figlia rimbalzano sulle digressioni esplicative di Anna, che fungono da raccordo con il passato e consentono alla storia di svelarsi per gradi.

Sul piano della sceneggiatura, da un certo punto in avanti si sarebbe potuto escogitare qualcosa in più per rendere meno prevedibile l’epilogo, benché questo debba restare coerente con il principio della spirale e con il presupposto stesso della narrazione: una volta compreso il meccanismo, alcuni passaggi risultano inevitabilmente attesi. È un limite che appartiene alla struttura più che alla scrittura, e che non intacca la solidità dell’insieme.

Durata e ritmo

Il nucleo originario della storia risale all’ultimo ferragosto del millennio, quando la piccola Alice resta vittima di un grave incidente nel pieno di una festa organizzata dalla famiglia. La sequenza è formalmente ineccepibile: un movimento di macchina attraversa l’intera tenuta dei Colonna, restituendo sfarzo e opulenza, di cui partecipa anche il bianco degli abiti degli invitati. Con l’irruzione della violenza, la gamba della bambina azzannata dal suo stesso cane, quel bianco genera un contrasto cromatico potente e significativo, che amplifica il carattere drammatico e disturbante della scena. Concorre al disagio la colonna sonora, che entra a pochi istanti dall’incidente, incrina il clima disteso e inizialmente festoso e, con la sua sonorità incalzante, persiste anche a evento consumato. La stonatura che ne deriva accresce il turbamento dello spettatore, il quale, pur da distante, si sente immerso nelle immagini fino a percepirsene partecipe.

Durata e ritmo

Con i suoi 115 minuti, il film mantiene una durata contenuta rispetto alla complessità della materia e la distribuisce con intelligenza. Se in alcuni momenti lo sviluppo porta con sé dettagli secondari, nulla di quanto rappresentato risulta realmente superfluo: ogni elemento accessorio concorre alla costruzione del quadro complessivo. La storia concede qualche respiro allo spettatore, che resta tuttavia sempre vigile di fronte a ogni svolta della trama.

Regia e fotografia

Il nucleo originario della storia risale al Ferragosto del 1999, quando la piccola Alice resta vittima di un grave incidente nel pieno di una festa organizzata dalla famiglia. La sequenza è formalmente ineccepibile: un movimento di macchina attraversa l’intera tenuta dei Colonna, restituendo sfarzo e opulenza, di cui partecipa anche il bianco degli abiti degli invitati. Con l’irruzione della violenza, la gamba della bambina azzannata dal suo stesso cane, quel bianco genera un contrasto cromatico potente e significativo, che amplifica il carattere drammatico e disturbante della scena.

L’uso del colore risulta, nel complesso, preciso e puntuale, e le scelte di regia dimostrano una notevole capacità di costruire atmosfere di tensione. Colpisce in particolare una delle sequenze iniziali, in cui l’insistenza dell’inquadratura sulla teiera genera apprensione e prepara lo spettatore a ciò che seguirà.

Recitazione

La prova attoriale, nel suo insieme, funziona, pur con qualche riserva. Superlativa l’interpretazione di Romana Maggiora Vergano nei panni di Alice, che si conferma tra le figure più promettenti del panorama italiano, grazie a un’espressività degna di nota, a un’esecuzione credibile e a una notevole versatilità emotiva. Buona anche la prova di Adriano Giannini: il suo personaggio, pur marginale in termini di minutaggio, risulta pienamente compiuto, coinvolgente e attendibile.

Discreta l’interpretazione di Jasmine Trinca, a cui è richiesto molto: presente in buona parte delle sequenze, deve restituire diverse sfumature emotive all’interno di un unico personaggio. Lascia invece più perplessi la resa di Valeria Bruni Tedeschi, che interpreta un’estranea ai limiti dell’esasperazione: la teatralità del personaggio, figura tentatrice di impianto faustiano, può essere una scelta consapevole, ma la scrittura appare troppo caricaturale e la prova ne risulta incompiuta, come se il ruolo sopraffacesse l’interprete e a suscitare timore fosse più la funzione del personaggio che la sua esecuzione. Sono giudizi non unanimi: parte della critica, anche internazionale, ha apprezzato entrambe le prove.

Una menzione d’onore va infine alle casting director Anna Pennella e Stefania Rodà, assistite da Domenico Cicerone e Maddalena Crivellente, per la cura con cui hanno selezionato i giovani interpreti, in particolare i due fratelli adolescenti, la cui fisionomia è del tutto coerente con quella degli attori più maturi e rende credibili le ellissi temporali.

Effetti speciali

Gli effetti speciali sono efficaci e ben dosati: lungi dall’essere invasivi, sostengono la narrazione e l’intenzione comunicativa del regista. La scena della gamba è resa con un realismo notevole e ha un’incidenza decisiva sulla sequenza; di particolare impatto anche altre sequenze che è preferibile non anticipare, così come l’intera infrastruttura visiva legata alla pioggia, che da presagio atmosferico si fa progressivamente cifra apocalittica.

Musiche e sound design

Il comparto sonoro lavora per contrasto. Nella sequenza della festa la colonna sonora entra a pochi istanti dall’incidente, incrina il clima disteso e inizialmente festoso e, con la sua sonorità incalzante, persiste anche a evento consumato: la dissonanza che ne deriva accresce il turbamento dello spettatore, il quale, pur da distante, si sente immerso nelle immagini fino a percepirsene partecipe.

Analogo, e ancora più sottile, è il lavoro sul silenzio nella scena della teiera, dove il crescere del suono emesso dall’oggetto, in assenza di altri rumori, contribuisce a generare apprensione e a tendere l’attesa.

La sostanza

Attenzione: di qui in avanti il testo contiene anticipazioni sulla trama e sul finale.

Le parole del regista restituiscono con chiarezza la chiave di lettura dell’opera:

Mi sono interrogato a lungo su quale fosse il genere di questo film: è una saga familiare e un thriller psicologico. Ma è soprattutto una tragedia, nella sua definizione aristotelica: un racconto che suscita pietà e terrore per condurre lo spettatore alla catarsi. Pietà e terrore, violenza e tenerezza: per me, l’esperienza di questo film nasce esattamente dal loro incontro. E infine c’è la domanda che più di tutte mi ha guidato: quanto male possiamo compiere, scambiandolo per amore? Nel gioco di luci e ombre della vita, L’estranea abita quel punto cieco in cui il desiderio di proteggere chi amiamo può trasformarsi nel modo più feroce di perderlo.

È da questa domanda che conviene muovere. Per salvare la gamba di Alice, Anna stringe un patto con la sconosciuta: una vita in cambio di un’altra. Anni dopo, quando Tobia cade in un coma dal quale potrebbe non risvegliarsi, la proposta si ripete, e il suo risveglio ha per prezzo la vita del marito Walter.

Il principio che regge l’intero impianto, «una vita chiede un’altra vita», evoca per certi versi la logica del taglione, ma se ne distacca in un punto decisivo: non c’è un torto da riparare, bensì uno scambio proposto da una figura tentatrice, nel quale la sofferenza non viene punita ma barattata. È in questa differenza che si misura il peso della domanda posta dal regista: che cosa si è disposti a pagare, e a far pagare ad altri, pur di risparmiare un dolore?

I due genitori, in fondo, non sanno voler bene ai figli se non in forma distorta: non accettano, in un primo momento, che Alice possa perdere una gamba, né tanto meno che Tobia possa prendere peso. Il film mette in scena una confusione di fondo tra il voler bene alla prole e il desiderare per essa ogni bene possibile: il confine tra le due cose è sottile e si smarrisce con più facilità di quanto si creda, ed è da tale fraintendimento che si innesca il male compiuto. In nome di un presunto amore, Anna intende risparmiare ad Alice il trauma dell’amputazione, ma sacrifica così, inevitabilmente, qualcun altro: il dolore non viene eliminato, bensì traslato su un’altra persona, dove genera ulteriore sofferenza.

Alla base di questa dinamica vi è l’illusione di poter eludere ogni sofferenza collaterale, e con essa l’interrogativo: cos’è una ferita senza la propria cicatrice? Entrambi i genitori, e in particolare Anna, sono tanto assorbiti dal futuro dei figli, che deve essere necessariamente di prim’ordine, da trascurarne il presente e ciò che essi si trascinano dietro. La sofferenza collaterale è quella che si propaga a partire da un dolore più grande: per Alice può tradursi nel non essere mai stata compresa né ascoltata dalla madre, sia rispetto al proprio orientamento sessuale, sia rispetto al disinteresse per la recitazione, da sempre ambizione di Anna, mai soddisfatta e destinata a ricadere puntualmente sulla figlia. Lo stesso vale per Tobia, dapprima oggetto di ammirazione e stima paterne per il promettente futuro calcistico, poi disprezzato e progressivamente emarginato.

Alla famiglia sembra premere soprattutto preservare l’apparenza, come lascia intendere la stessa festa da cui tutto ha inizio, una vetrina di sfarzo, senza indagare nel profondo l’animo di sé e, ancor più, dei figli: ne è prova quanto Anna scopre solo a distanza di anni, per voce di Alice, a proposito delle vessazioni da lei subite per aver difeso il fratello da una serie di spregevoli atti di bullismo. I genitori, pur auspicando il meglio per i propri figli, si rendono così complici del loro male più grande, convinti che estinguere il dolore equivalga a ripristinare lo stato originario di una ferita. La cicatrice, invece, testimonia una sofferenza che andrebbe ascoltata, interrogata e approfondita, non repressa né, peggio, deliberatamente insabbiata.

È nel finale che il conto si presenta: Anna raggiunge Alice per convincerla, o costringerla, a sacrificare la gamba che anni prima aveva salvato, e Alice si ribella, rinfacciandole la colpa forse più grave, ovvero la ricerca di una spiegazione a tutti i costi, anche quando questa sembra non esserci o, al contrario, appare troppo evidente per essere vera. Ossessionata dall’idea di accentrare su di sé il controllo sul destino dei figli, Anna non si avvede di quanto tale controllo non sia mai stato nelle sue mani e, pur di non venire a patti con la realtà, vittima di una forma distorta e perversa di protagonismo, affida le sorti della famiglia a un’estranea, deresponsabilizzandosi dal proprio ruolo di genitore e, al contempo, caricandosi del peso di ogni vita che la circonda.

Resta volutamente aperta la natura dell’estranea: figura reale, presenza soprannaturale o proiezione della stessa Anna? La lettura qui proposta si colloca sul versante psicologico: incapace di dare conto, in modo ragionevole e verificabile, di ciò che accade, Anna pretende di decidere attraverso le condizioni poste da altri, e così rende la realtà un controsenso. Questa è infatti costellata di eventi privi di spiegazione, come l’incidente da cui prende le mosse l’intera vicenda, puro caso, e di eventi che una spiegazione la portano con sé, come la morte del marito, conseguenza di scelte precise dalle quali Anna, in nome di una presunta inevitabilità, sembra fuggire, disconoscendo le proprie responsabilità.

Ne risulta un’opera che lascia aperti più interrogativi di quanti ne chiuda, ma non per questo priva di una bussola: il monito è netto e la direzione, se non indicata, almeno suggerita, è ascoltare il dolore invece di barattarlo e accettare di non poter controllare il destino di chi si ama.

Formalmente riuscita, con qualche sbavatura perdonabile al giovane cineasta, L’estranea lascia allo spettatore un’ultima, scomoda evidenza: il male più feroce non nasce dall’assenza d’amore, ma dall’amore che non sa ascoltare. Nessuna spirale si spezza finché si continua a barattare il dolore invece di attraversarlo, e la cicatrice, lungi dall’essere un difetto da cancellare, è ciò che resta di una ferita finalmente guardata in faccia.


Commenti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *