Autore: Mattia Fasitta

  • In una società narcotizzata dalle vessazioni e abituata a soffrire, la violenza è prima di tutto un sintomo

    Sono destinate a far discutere le parole pronunciate martedì 20 ottobre dal palco del Fabrique di Milano da Guglielmo Bruno, nome d’arte Willie Peyote. In occasione del proprio concerto, nella capitale italiana della moda, l’artista ha lanciato un messaggio molto forte, e altrettanto chiaro, commentando quanto verificatosi negli ultimi giorni proprio nel capoluogo lombardo. Tra sabato 17 e domenica 18 ottobre la città è stata teatro di scontri, vetrine infrante e negozi saccheggiati, dopo che un corteo contro le guerre e il caro vita era partito pacificamente. Nella sola giornata di domenica sono stati fermati almeno 160 giovani, circa l’80% dei quali minorenni; tra Milano, Torino e Bologna i fermati sono stati circa 330, in gran parte minorenni.

    Queste, per intero, le parole dell’artista:

    Ora l’Italia è abbastanza in subbuglio da nord a sud, ma questa città è stata l’epicentro delle proteste più fragorose, no?

    Ma come avete sentito da questi ultimi pezzi, la mia posizione la conoscete: ho fatto un pezzo su Luigi Mangione, quindi la mia posizione è abbastanza chiara.

    Però, però, però, in questi giorni si sente molto la frase: «La violenza va condannata sempre, la violenza va sempre condannata». Tutti gli schieramenti politici han fatto la gara a chi lo diceva per primo.

    Io sono sicuro che qualcuno, anche tra di voi, pensi che la violenza vada sempre condannata. Ed è… io… è comprensibile, lo capisco, lo capisco, ma non sono d’accordo.

    Non sono d’accordo perché la violenza va sempre condannata, ma viviamo in un sistema molto violento: un sistema che ci sta sfrattando dalle nostre case, non possiamo più permetterci un affitto. In questa città, nella mia città, sta cominciando… non possiamo permetterci un pieno di benzina. Gli stipendi sono fermi da trent’anni e qualcuno parla di riarmo, qualcuno parla di mandarli al fronte. E quella roba è molto più violenta.

    Ma soprattutto, soprattutto perché le persone che stanno delegittimando le proteste di questi giorni parlando solo della violenza sono le persone che usano la violenza come cifra stilistica, come programma politico. Sono persone che parlano di remigrazione, sono persone che parlano di togliere il reato di femminicidio, sono persone che pensano che ci siano italiani di serie B, che se hai un certo cognome o un certo colore della pelle tu non sarai mai italiano davvero.

    Sono persone che negano il cambiamento climatico, sono persone che davanti a settantamila morti a Gaza si girano dall’altra parte. Però sono le stesse persone, sono le stesse persone che poi volevano la grazia per Mario Roggero, perché per legittima difesa si può ammazzare due cristiani che ti rubano a casa.

    Però quando poi vedi gli abusi di potere in giro per le strade di questa città, della mia città, pensi alle vetrine, pensi alle cose. E qua vi voglio, rega: il centro è esattamente questo. Il problema è che quando ci fa più male, quando ci indigna di più, quando ci spaventa di più la violenza sulle cose che la violenza sulle persone, è lì che abbiamo perso, raga.

    È lì che il sistema vince, è lì che questo sistema di merda ci impoverisce di più. Il centro è quello. Io capisco che ci sono dei coglioni, ma le cose sono meno importanti delle persone, punto. Punto.

    Una posizione senz’altro forte quella dell’artista torinese, che non intende arretrare di un passo rispetto a quanto espresso, e che non ammette riserve. Va ribadito, del resto, che non c’è in essa alcuna assoluzione della violenza: c’è la denuncia di una gerarchia rovesciata, in cui una vetrina rotta desta più scandalo di una vita compromessa.

    La domanda di fondo che ne discende è: cosa succede quando anche la manifestazione pacifica non basta a smuovere le coscienze di quanti governano e manovrano le sorti di un paese? Le piazze del Nord e i presidi del Sud hanno origini diverse, il caro vita e le guerre da una parte, il carburante dall’altra, ma pongono lo stesso problema: quello della risposta. E la risposta, a guardarne i tempi, parla da sé.

    Si prenda l’esempio della protesta portata avanti nel meridione. Gli autotrasportatori si mobilitano dai primi di ottobre contro il caro carburante, bloccando strade e merci per accendere i riflettori su una situazione che li vede vittime di un sistema che nei decenni li ha sempre più trascurati. I disagi per i cittadini sono stati reali, tanto che in Puglia 150 stazioni di servizio su 300 sono rimaste senza carburante, e proprio questo racconta quanto la situazione fosse ormai insostenibile per chi ha scelto di fermarsi. Il ministro dei trasporti Matteo Salvini ha parlato con uno di loro il 17 ottobre, al telefono, in vivavoce, grazie alla mediazione di un consigliere regionale leghista, limitandosi a promettere di incontrare una delegazione di Puglia, Calabria e Sicilia. Il tavolo istituzionale, già fissato, si è tenuto martedì 20 ottobre in Prefettura a Milano, dopo oltre una settimana di blocchi a Foggia. Nessuna presenza sul territorio, nessun ascolto dal vivo delle voci di chi è piegato dal sistema di cui lo stesso ministro è parte: una telefonata e la classica, intramontabile promessa di occuparsi della questione.

    Per gli scontri di Milano, invece, sono bastati due giorni. Il 20 ottobre il Consiglio dei ministri ha approvato un decreto che introduce il reato di partecipazione violenta a una manifestazione, con pene fino a cinque anni e 20mila euro di multa, l’arresto differito e l’obbligo per i genitori dei minori di rispondere dei danni. Il reato riguarda chi, in un gruppo di cinque o più persone, lancia pietre, petardi o bastoni; il decreto estende poi il fermo preventivo ai minori e rende sempre imputabili, fino a prova contraria, i ragazzi tra i 14 e i 18 anni. Nulla di nuovo, e che non dovrebbe stupire più di tanto: la scelta è ancora una volta quella di concentrarsi su chi ha manifestato il proprio disagio nella maniera più radicale, anziché tentare un approccio mediatore o quantomeno di ascolto.

    È in questo senso che anche i disordini più esplicitamente violenti possono essere letti come sintomo, e come avvertimento. Chi negli ultimi anni ha adoperato un linguaggio di violenza, ricorrendo a quest’ultima come, per citare le parole dell’artista, cifra stilistica, farebbe bene a non stupirsi se quella stessa lingua attecchisce altrove. Arriverà mai il momento in cui ci si renderà conto che la violenza tanto condannata altro non è, prima di tutto, che un disagio condotto ai suoi massimi estremi, che non si vuole ascoltare? Finché non ci sarà l’intenzione di prestarsi all’ascolto da parte di chi preferisce tapparsi le orecchie, il prezzo da pagare sarà sempre più alto, fino a che, forse, a cedere non sarà la tenuta stessa del pavimento su cui poggiamo tutti.

  • Giustizia in prima serata: «Primetime» e il confine tra bene e male

    Il confine tra fare la cosa giusta e farsi giustizia da sé è sottile: il film di Lance Oppenheim lo mette in scena con efficacia, ma non sempre riesce a spiegarlo.

    Per comprendere perché l’opera di Lance Oppenheim sia così centrale non serve risalire ai fatti che la hanno ispirata, cioè il programma televisivo To Catch a Predator, andato in onda su NBC tra il 2004 e il 2007. Il tema della giustizia privata, del resto, ricorre con regolarità anche nel dibattito pubblico italiano. Primetime, primo lungometraggio di finzione del regista e documentarista statunitense, presentato in concorso alla Mostra del cinema di Venezia e da poco nelle sale italiane, porta davanti al nostro pubblico una questione familiare e solleva un interrogativo morale di forte rilevanza.

    La trama

    Nel 2006, negli Stati Uniti, il giornalista Chris Hansen conduce To Catch a Predator: falsi profili di adolescenti attirano in una casa uomini che credono di incontrare dei minorenni, e a riceverli ci sono le telecamere. Il film è un racconto di finzione che si ispira a quella vicenda reale. Ma quando la caccia diventa spettacolo, chi sta davvero giudicando chi?

    La forma

    L’impianto narrativo

    La scrittura di Ajon Singh adotta un impianto lineare e progressivo, costruito come una parabola ascendente che coincide con la fortuna del programma: a due anni dalla nascita il format si impone presso il grande pubblico e conquista la prima serata. La traiettoria si alimenta di casi sempre più grotteschi, incarnati da profili di predatori dai tratti via via più molesti e disturbati, e prevede per sua natura un culmine oltre il quale ogni ulteriore escalation è difficile da immaginare.

    È dunque fisiologica la brusca frenata che investe la portata sensazionalistica dello show, costretto a ricercare bersagli sempre più rari, e che coincide in buona parte con la crisi personale del protagonista. Il racconto si trasforma allora in un secondo rettilineo, segnato dalla corsa ossessiva verso un caso capace di restituirgli il successo e la consacrazione definitiva del programma.

    L’andamento conosce alcune brevi pause drammaturgiche, tra cui il primo sfogo disperato della giovane esca, scritturata per sostituire la precedente, durata più o meno una sola puntata e vittima di un crollo psicologico. È particolarmente riuscita la resa della registrazione della prima puntata e dell’interpretazione di Dan, costretto a improvvisare il proprio personaggio in presa diretta, ignaro delle violenze che subirà. Le riprese iniziali sull’esca, esposta a un principio di violenza sessuale a tutti gli effetti, sono scritte con efficacia e producono nello spettatore un profondo senso di disagio e di violazione di sé. L’introspezione nell’animo del protagonista, stratificato, ossessionato dal successo e segnato da fantasmi del passato appena accennati, è parziale e vissuta con una sofferenza non sempre coerente, ma risulta ben comunicata e di immediata ricezione.

    La recitazione

    La prova di Robert Pattinson è solida e credibile in ogni snodo della narrazione: magnetica davanti alle telecamere, sempre più incrinata quando i riflettori si spengono. A risentirne, semmai, è il personaggio costruito sulla sua figura. Si sarebbe apprezzata un’insistenza più rigorosa sul tormento interiore del conduttore, che invece trova più volte tregua nel corso della storia, mentre il suo passato occupa un ruolo troppo marginale e poco convinto.

    Buona anche la recitazione dei comprimari, sebbene ad alcuni, come la produttrice del programma, sarebbe stato opportuno concedere maggiore spazio e un peso più incisivo oltre i pochi cenni sparsi nel racconto. Gisondo non stona nell’impianto costruito dal regista, ma non lascia il segno, anche a causa di un personaggio limitato.

    La fotografia

    L’uso del colore si distingue per precisione: espressivo, coerente, in alcuni passaggi esplicativo dell’evoluzione stessa della storia. Il regista, insieme al direttore della fotografia David Bolen, costruisce un linguaggio visivo capace di restituire il clima televisivo e multimediale dei primi anni Duemila, con riprese digitali girate con le telecamere DV usate all’epoca per il programma e poi scansionate su 16mm. Il dialogo tra interni ed esterni, in ogni scena ambientata nel luogo delle riprese, è condotto con maestria e accompagna lo spettatore in ogni angolo della casa.

    La sostanza

    Sul piano dei contenuti, l’opera offre numerosi spunti di riflessione, ma dispone sul fuoco più carne di quanta riesca a cuocere: ogni tema riceve un’attenzione diseguale e in alcuni passaggi la scrittura risulta trascurata.

    La giustizia privata

    Il nucleo più evidente, insito nello spirito stesso del programma, è la giustizia privata. Il film ne mette in scena i limiti strutturali: il meccanismo è perverso, la polizia appare asservita a un’iniziativa privata e la giustizia viene amministrata davanti alle telecamere. Il tema, radicato nella cultura statunitense del «farsi giustizia da sé» e ricorrente nel dibattito pubblico italiano, impone alcune domande, a partire dal senso e dall’utilità, sul piano giuridico, di quanto avviene all’interno del programma.

    La gogna e la pena rieducativa

    A chi giova esporre alla gogna televisiva chi viene mostrato al pubblico come colpevole prima ancora di un processo? A questo si aggiunge una considerazione: chi adesca un minorenne può presentare una condizione di disturbo che la sola umiliazione pubblica non è in grado di curare. Non si tratta di assolvere chi può aver commesso un reato e va perseguito nelle sedi legali. Ma cosa aggiunge di buono l’accanimento su chi è già destinato a rispondere delle proprie azioni, consegnato alla giustizia popolare oltre che a quella istituzionale?

    Il confronto con il nostro ordinamento, che all’articolo 27 della Costituzione assegna alla pena una finalità rieducativa, rende la questione ancora più netta: è possibile recuperare chi, dopo un’esposizione tanto brutale, si sente condannato per sempre? Se bastasse l’atto peggiore a definire una persona, quanti si salverebbero?

    Il giustiziere e il suo prezzo

    In quel caso il primo a pagarne le conseguenze sarebbe il giustiziere stesso. Fuori dal set, l’Hansen del film conduce un’esistenza moralmente opinabile: una relazione al di fuori del proprio matrimonio e una presenza scarsa in famiglia, sacrificata all’inseguimento ossessivo del successo. Il film ne accenna l’origine in un desiderio di rivalsa sul proprio passato, senza però svilupparlo. Va ricordato che si tratta di un personaggio: la cronologia reale è stata alterata, e la relazione del vero Hansen emerse solo anni dopo la fine del programma. La parabola mostra comunque il prezzo di rincorrere il riconoscimento a ogni costo, e cosa accade quando l’insoddisfazione di sé si insinua nel bisogno di essere qualcuno.

    Affiora a questo punto una riflessione di fondo: se per fare del bene si deve infliggere del male, il confine tra bene e male si dissolve, perché il fine non basta a giustificare il mezzo. È una posizione discussa, sulla quale non mancano obiezioni solide. Non si tratta di negare la distinzione tra chi giudica e chi è giudicato, per la quale esistono i tribunali, ma di ricordare che giudicare senza garanzie e per intrattenere ne cambia la natura. Resta in piedi, in fondo, la domanda su chi, senza peccato, possa scagliare la prima pietra.

  • L’estranea e la spirale del dolore: cosa succede quando una ferita non si rimargina più del tutto?

    Scrivere di un’opera cinematografica non è mai semplice, ma ci sono casi in cui diventa quasi doveroso, e l’ultima fatica di Paolo Strippoli è senza dubbio uno di questi: per il percorso che la pellicola ha già compiuto e, ancor più, per le domande che mette in scena.

    Il suo titolo è L’estranea, ma ai più, specie a livello internazionale, è conosciuta come The Spiral: sì, perché l’opera dell’appena trentatreenne regista pugliese, presentata per la prima volta alla 83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, è stata scelta per rappresentare l’Italia alla 99ª edizione dei Premi Oscar, nella categoria Miglior Film Internazionale. Una scelta che pone la pellicola, nelle sale dall’8 ottobre, davanti a opere firmate da alcuni tra i nomi più autorevoli del nostro cinema.

    A motivarla, nelle parole della commissione, è la natura stessa del film: un’opera nuova, di genere, firmata da un giovane autore già apprezzato da pubblico e critica. Per il cineasta di Corato è un riconoscimento di rilievo e, insieme, un segnale di attenzione verso il cinema di genere nel suo complesso.

    La sorte di un’opera simile è ancora tutta da scrivere, ma resta la sensazione che, ancora più della precedente, La valle dei sorrisi, sia destinata a far discutere. Quanto basterà a convincere un pubblico storicamente diffidente verso il genere è presto per dirlo; l’auspicio, fermo e sostenuto, è che si riesca a varcare, una volta tanto, quel confine indefinito che tiene gli spettatori lontani dalla sala ogni volta che in cartellone compare l’orrore.

    La trama

    Roma, un giorno di pioggia battente, in uno scenario dai toni apocalittici. Alice, ormai adulta, riceve la visita inattesa della madre, Anna, che si presenta con una piccola valigia e pretende, a poco a poco, di essere ascoltata. Alla figlia viene gradualmente rivelata quella che la madre le professa essere la verità sulla storia della famiglia Colonna, nel cui destino aleggia la figura di una sconosciuta.

    La forma

    Sceneggiatura e impianto narrativo

    L’impianto narrativo de L’estranea si articola su due linee temporali che si intrecciano in un continuo alternarsi tra passato e presente. La prima si svolge nell’oggi e ruota attorno alla visita di Anna alla figlia Alice; la seconda raccoglie i numerosi episodi tragici che coinvolgono, uno alla volta, i membri della famiglia Colonna. A scandire la struttura interviene una suddivisione in capitoli, annunciati da titoli a tutto schermo in apertura di ciascuno e dedicati ai singoli componenti della famiglia, che segnano il progredire della vicenda anche sul piano cronologico.

    Il dialogo fra le due dimensioni è costruito con grande efficacia: i confronti tra madre e figlia rimbalzano sulle digressioni esplicative di Anna, che fungono da raccordo con il passato e consentono alla storia di svelarsi per gradi.

    Sul piano della sceneggiatura, da un certo punto in avanti si sarebbe potuto escogitare qualcosa in più per rendere meno prevedibile l’epilogo, benché questo debba restare coerente con il principio della spirale e con il presupposto stesso della narrazione: una volta compreso il meccanismo, alcuni passaggi risultano inevitabilmente attesi. È un limite che appartiene alla struttura più che alla scrittura, e che non intacca la solidità dell’insieme.

    Durata e ritmo

    Il nucleo originario della storia risale all’ultimo ferragosto del millennio, quando la piccola Alice resta vittima di un grave incidente nel pieno di una festa organizzata dalla famiglia. La sequenza è formalmente ineccepibile: un movimento di macchina attraversa l’intera tenuta dei Colonna, restituendo sfarzo e opulenza, di cui partecipa anche il bianco degli abiti degli invitati. Con l’irruzione della violenza, la gamba della bambina azzannata dal suo stesso cane, quel bianco genera un contrasto cromatico potente e significativo, che amplifica il carattere drammatico e disturbante della scena. Concorre al disagio la colonna sonora, che entra a pochi istanti dall’incidente, incrina il clima disteso e inizialmente festoso e, con la sua sonorità incalzante, persiste anche a evento consumato. La stonatura che ne deriva accresce il turbamento dello spettatore, il quale, pur da distante, si sente immerso nelle immagini fino a percepirsene partecipe.

    Durata e ritmo

    Con i suoi 115 minuti, il film mantiene una durata contenuta rispetto alla complessità della materia e la distribuisce con intelligenza. Se in alcuni momenti lo sviluppo porta con sé dettagli secondari, nulla di quanto rappresentato risulta realmente superfluo: ogni elemento accessorio concorre alla costruzione del quadro complessivo. La storia concede qualche respiro allo spettatore, che resta tuttavia sempre vigile di fronte a ogni svolta della trama.

    Regia e fotografia

    Il nucleo originario della storia risale al Ferragosto del 1999, quando la piccola Alice resta vittima di un grave incidente nel pieno di una festa organizzata dalla famiglia. La sequenza è formalmente ineccepibile: un movimento di macchina attraversa l’intera tenuta dei Colonna, restituendo sfarzo e opulenza, di cui partecipa anche il bianco degli abiti degli invitati. Con l’irruzione della violenza, la gamba della bambina azzannata dal suo stesso cane, quel bianco genera un contrasto cromatico potente e significativo, che amplifica il carattere drammatico e disturbante della scena.

    L’uso del colore risulta, nel complesso, preciso e puntuale, e le scelte di regia dimostrano una notevole capacità di costruire atmosfere di tensione. Colpisce in particolare una delle sequenze iniziali, in cui l’insistenza dell’inquadratura sulla teiera genera apprensione e prepara lo spettatore a ciò che seguirà.

    Recitazione

    La prova attoriale, nel suo insieme, funziona, pur con qualche riserva. Superlativa l’interpretazione di Romana Maggiora Vergano nei panni di Alice, che si conferma tra le figure più promettenti del panorama italiano, grazie a un’espressività degna di nota, a un’esecuzione credibile e a una notevole versatilità emotiva. Buona anche la prova di Adriano Giannini: il suo personaggio, pur marginale in termini di minutaggio, risulta pienamente compiuto, coinvolgente e attendibile.

    Discreta l’interpretazione di Jasmine Trinca, a cui è richiesto molto: presente in buona parte delle sequenze, deve restituire diverse sfumature emotive all’interno di un unico personaggio. Lascia invece più perplessi la resa di Valeria Bruni Tedeschi, che interpreta un’estranea ai limiti dell’esasperazione: la teatralità del personaggio, figura tentatrice di impianto faustiano, può essere una scelta consapevole, ma la scrittura appare troppo caricaturale e la prova ne risulta incompiuta, come se il ruolo sopraffacesse l’interprete e a suscitare timore fosse più la funzione del personaggio che la sua esecuzione. Sono giudizi non unanimi: parte della critica, anche internazionale, ha apprezzato entrambe le prove.

    Una menzione d’onore va infine alle casting director Anna Pennella e Stefania Rodà, assistite da Domenico Cicerone e Maddalena Crivellente, per la cura con cui hanno selezionato i giovani interpreti, in particolare i due fratelli adolescenti, la cui fisionomia è del tutto coerente con quella degli attori più maturi e rende credibili le ellissi temporali.

    Effetti speciali

    Gli effetti speciali sono efficaci e ben dosati: lungi dall’essere invasivi, sostengono la narrazione e l’intenzione comunicativa del regista. La scena della gamba è resa con un realismo notevole e ha un’incidenza decisiva sulla sequenza; di particolare impatto anche altre sequenze che è preferibile non anticipare, così come l’intera infrastruttura visiva legata alla pioggia, che da presagio atmosferico si fa progressivamente cifra apocalittica.

    Musiche e sound design

    Il comparto sonoro lavora per contrasto. Nella sequenza della festa la colonna sonora entra a pochi istanti dall’incidente, incrina il clima disteso e inizialmente festoso e, con la sua sonorità incalzante, persiste anche a evento consumato: la dissonanza che ne deriva accresce il turbamento dello spettatore, il quale, pur da distante, si sente immerso nelle immagini fino a percepirsene partecipe.

    Analogo, e ancora più sottile, è il lavoro sul silenzio nella scena della teiera, dove il crescere del suono emesso dall’oggetto, in assenza di altri rumori, contribuisce a generare apprensione e a tendere l’attesa.

    La sostanza

    Attenzione: di qui in avanti il testo contiene anticipazioni sulla trama e sul finale.

    Le parole del regista restituiscono con chiarezza la chiave di lettura dell’opera:

    Mi sono interrogato a lungo su quale fosse il genere di questo film: è una saga familiare e un thriller psicologico. Ma è soprattutto una tragedia, nella sua definizione aristotelica: un racconto che suscita pietà e terrore per condurre lo spettatore alla catarsi. Pietà e terrore, violenza e tenerezza: per me, l’esperienza di questo film nasce esattamente dal loro incontro. E infine c’è la domanda che più di tutte mi ha guidato: quanto male possiamo compiere, scambiandolo per amore? Nel gioco di luci e ombre della vita, L’estranea abita quel punto cieco in cui il desiderio di proteggere chi amiamo può trasformarsi nel modo più feroce di perderlo.

    È da questa domanda che conviene muovere. Per salvare la gamba di Alice, Anna stringe un patto con la sconosciuta: una vita in cambio di un’altra. Anni dopo, quando Tobia cade in un coma dal quale potrebbe non risvegliarsi, la proposta si ripete, e il suo risveglio ha per prezzo la vita del marito Walter.

    Il principio che regge l’intero impianto, «una vita chiede un’altra vita», evoca per certi versi la logica del taglione, ma se ne distacca in un punto decisivo: non c’è un torto da riparare, bensì uno scambio proposto da una figura tentatrice, nel quale la sofferenza non viene punita ma barattata. È in questa differenza che si misura il peso della domanda posta dal regista: che cosa si è disposti a pagare, e a far pagare ad altri, pur di risparmiare un dolore?

    I due genitori, in fondo, non sanno voler bene ai figli se non in forma distorta: non accettano, in un primo momento, che Alice possa perdere una gamba, né tanto meno che Tobia possa prendere peso. Il film mette in scena una confusione di fondo tra il voler bene alla prole e il desiderare per essa ogni bene possibile: il confine tra le due cose è sottile e si smarrisce con più facilità di quanto si creda, ed è da tale fraintendimento che si innesca il male compiuto. In nome di un presunto amore, Anna intende risparmiare ad Alice il trauma dell’amputazione, ma sacrifica così, inevitabilmente, qualcun altro: il dolore non viene eliminato, bensì traslato su un’altra persona, dove genera ulteriore sofferenza.

    Alla base di questa dinamica vi è l’illusione di poter eludere ogni sofferenza collaterale, e con essa l’interrogativo: cos’è una ferita senza la propria cicatrice? Entrambi i genitori, e in particolare Anna, sono tanto assorbiti dal futuro dei figli, che deve essere necessariamente di prim’ordine, da trascurarne il presente e ciò che essi si trascinano dietro. La sofferenza collaterale è quella che si propaga a partire da un dolore più grande: per Alice può tradursi nel non essere mai stata compresa né ascoltata dalla madre, sia rispetto al proprio orientamento sessuale, sia rispetto al disinteresse per la recitazione, da sempre ambizione di Anna, mai soddisfatta e destinata a ricadere puntualmente sulla figlia. Lo stesso vale per Tobia, dapprima oggetto di ammirazione e stima paterne per il promettente futuro calcistico, poi disprezzato e progressivamente emarginato.

    Alla famiglia sembra premere soprattutto preservare l’apparenza, come lascia intendere la stessa festa da cui tutto ha inizio, una vetrina di sfarzo, senza indagare nel profondo l’animo di sé e, ancor più, dei figli: ne è prova quanto Anna scopre solo a distanza di anni, per voce di Alice, a proposito delle vessazioni da lei subite per aver difeso il fratello da una serie di spregevoli atti di bullismo. I genitori, pur auspicando il meglio per i propri figli, si rendono così complici del loro male più grande, convinti che estinguere il dolore equivalga a ripristinare lo stato originario di una ferita. La cicatrice, invece, testimonia una sofferenza che andrebbe ascoltata, interrogata e approfondita, non repressa né, peggio, deliberatamente insabbiata.

    È nel finale che il conto si presenta: Anna raggiunge Alice per convincerla, o costringerla, a sacrificare la gamba che anni prima aveva salvato, e Alice si ribella, rinfacciandole la colpa forse più grave, ovvero la ricerca di una spiegazione a tutti i costi, anche quando questa sembra non esserci o, al contrario, appare troppo evidente per essere vera. Ossessionata dall’idea di accentrare su di sé il controllo sul destino dei figli, Anna non si avvede di quanto tale controllo non sia mai stato nelle sue mani e, pur di non venire a patti con la realtà, vittima di una forma distorta e perversa di protagonismo, affida le sorti della famiglia a un’estranea, deresponsabilizzandosi dal proprio ruolo di genitore e, al contempo, caricandosi del peso di ogni vita che la circonda.

    Resta volutamente aperta la natura dell’estranea: figura reale, presenza soprannaturale o proiezione della stessa Anna? La lettura qui proposta si colloca sul versante psicologico: incapace di dare conto, in modo ragionevole e verificabile, di ciò che accade, Anna pretende di decidere attraverso le condizioni poste da altri, e così rende la realtà un controsenso. Questa è infatti costellata di eventi privi di spiegazione, come l’incidente da cui prende le mosse l’intera vicenda, puro caso, e di eventi che una spiegazione la portano con sé, come la morte del marito, conseguenza di scelte precise dalle quali Anna, in nome di una presunta inevitabilità, sembra fuggire, disconoscendo le proprie responsabilità.

    Ne risulta un’opera che lascia aperti più interrogativi di quanti ne chiuda, ma non per questo priva di una bussola: il monito è netto e la direzione, se non indicata, almeno suggerita, è ascoltare il dolore invece di barattarlo e accettare di non poter controllare il destino di chi si ama.

    Formalmente riuscita, con qualche sbavatura perdonabile al giovane cineasta, L’estranea lascia allo spettatore un’ultima, scomoda evidenza: il male più feroce non nasce dall’assenza d’amore, ma dall’amore che non sa ascoltare. Nessuna spirale si spezza finché si continua a barattare il dolore invece di attraversarlo, e la cicatrice, lungi dall’essere un difetto da cancellare, è ciò che resta di una ferita finalmente guardata in faccia.

  • Bernini nel bel paese delle meraviglie e quel concetto di “prestito” tutto suo

    A distanza di quasi un mese si può dire: come per ogni più recente occasione, fra una cosa e l’altra, così anche l’edizione da poco conclusasi del Meeting di Rimini, più precisamente la 47a, è stata al centro dell’attenzione e del dibattito popolare. Vi hanno preso parte alcune delle figure più in vista del panorama politico italiano, e la presenza del pontefice Leone XIV — a cui va riconosciuto un discreto coraggio — ha portato in fiera un invito esplicito all’apertura sociale nei confronti delle figure più ai margini della società:

    Il Movimento, i gruppi, le comunità siano un trampolino da cui tuffarvi nell’intera realtà. Contrastate ciò che vorrebbe allontanarvi da fratelli e sorelle di culture, sensibilità e provenienze diverse, specialmente dai più poveri. Uscite, invece, incontro a tutti!

    Un appello che non può che stridere con la presenza, nello stesso contesto, di diversi esponenti di destra portavoce di posizioni opposte, favorevoli a politiche di respingimento e “remigrazione”.

    Un intervento passato inosservato

    È passato, invece, forse con un certo senso di consapevolezza e convenienza, più inosservato un passaggio dell’intervento a cura della ministra Anna Maria Bernini al panel del 21 agosto 2026 “Talenti in cerca di futuro. Lavoro, giovani e demografia” — nel corso di un evento, c’è da dire, molto distante da un effettivo dibattito, privo, come prevedibile, di un qualsiasi contraddittorio. Verso la fine dell’incontro, la ministra ha deliberatamente preso iniziativa, volendosi concentrare e richiamando l’attenzione su di una questione che, di base, risulterebbe quanto meno delicata per qualunque politico, figurarsi per un ministro dell’università e della ricerca quale è lei oggi: e così, ecco che al posto di preferire il silenzio, e non imbarcarsi in un’impresa tanto ostica, Bernini decide di fronteggiare la piaga del fenomeno della “fuga di cervelli” a viso aperto, dichiarando quanto segue.

    Un discorso che accumula in pochi minuti concetti, piani e dati diversi, e in cui è bene separare, valutare e ponderare ciascuna affermazione.

    “Fraintendimenti drammatici”: quali, esattamente?

    La premessa della ministra lascia aperta una prima domanda: a quale drammatico fraintendimento si riferisce? L’incidente diplomatico, a volere usare un eufemismo, in questione corrisponde verosimilmente a una precedente dichiarazione della stessa Bernini, secondo cui:

    In quell’occasione, dunque, la ministra sosteneva che la fuga di cervelli non andrebbe contrastata, ma favorita, alimentata, con l’obiettivo di reintegrare in un secondo momento gli stessi giovani, una volta forniti loro “motivi validi” per tornare — senza però mai specificare, né allora né nell’intervento del 21 agosto, quali siano, nel concreto, queste presunte buone ragioni, o come il paese da lei rappresentato si sarebbe potuto rendere di nuovo appetibile.

    “Prestito”, non fuga: ma quanti tornano?

    Il concetto di prestito, coniato dalla stessa ministra, dovrebbe garantire, o implicare, per definizione, una restituzione. Se i giovani formati in Italia che vanno all’estero fossero davvero “in prestito”, ci si aspetterebbe un flusso di rientro misurabile. La ministra non fornisce alcun dato in merito, e la domanda resta aperta: quante persone tornano, oggi, dopo essere partite? Cosa dovrebbe spingerle a farlo, al di là delle intenzioni dichiarate?

    Di seguito una serie di dati per sopperire alle, senz’altro non intenzionali, mancate precisazioni e risposte non fornite da Bernini: secondo il rapporto I giovani e la scelta di trasferirsi all’estero, costruito sui dati dell’istat.it e realizzato dalla fnordest.it, in un arco di tempo che intercorre dal 2011 al 2023 sono 550.000 i giovani del nostro paese, fra i 18 e i 34 anni, a essere partiti per l’estero; considerando che, nel medesimo lasso di tempo, ne sono tornati appena 172.000, ‘(…) il saldo negativo effettivo si attesta a 377mila giovani in fuga dall’Italia.’

    C’è poi una questione a monte, più radicale: cosa spinge le persone a partire? Per una parte di loro, corrispondente al 28% partire non è una scelta tra opzioni ugualmente valide, ma l’unica strada percorribile per costruirsi un futuro dignitoso. Confondere chi vuole partire con chi è costretto a farlo significa ignorare la differenza tra libertà di movimento e mancanza di alternative.

    Un principio, alla base, controproducente

    A preoccupare, o, se non altro, lasciare un po’ perplessi è poi l’approccio che Bernini dimostra di avere, in generale, nei confronti di un problema che non si può di certo nascondere: a sentire le sue parole, o leggere quanto dichiarato in passato, pare che un certo flusso migratorio di giovani menti all’estero sia inevitabile e che, quindi, una possibile soluzione per fare fronte alla crisi in pieno svolgimento sia quella di reintegrare solo in un secondo momento le stesse nel suolo e nella società italiana; un po’ come se, invece di prevenire una criticità, la si debba necessariamente provare a risolvere una volta che questa sorge e si inasprisce.

    Ci sarebbe da chiedere, a questo punto, alla ministra a cosa dovrebbero servire le, seppure scarse, risorse stanziate dal governo che concorrono alla spesa pubblica totale, per quel che concerne l’istruzione, dove, sicuramente senza accorgersene, Bernini dimentica di precisare che il governo di cui lei è parte può vantare di essere fra le potenze europee che meno investono in istruzione, come riporta il rapporto Investing in Education, condotto dalla Corte dei Conti e costruito sulla base dei numeri di eurostat.it.

    Insomma, dove il pensiero della ministra dovesse riflettere la filosofia di governo delle massime cariche dello stato, non si può che immaginare un progressivo declino della spesa pubblica complessiva italiana da destinarsi all’istruzione, già del 2,3% indietro rispetto alla media dell’unione europea.

    Resta inoltre da chiarire un punto che la ministra non affronta, se non in maniera piuttosto sommaria e con una discreta dose di pressapochismo: se lo Stato sostiene chi sceglie di fare ricerca all’estero, che ne è del dovere, altrettanto concreto, di sostenere finanziariamente chi sceglie di restare?

    L’investimento in borse di studio mai raggiunto prima: a cosa è dovuto?

    Il dato che più emerge, riportato da Bernini, è quello di un presunto primato per quanto concerne i finanziamenti in borse di studio, rispondente a oltre 880.000.000€; a proposito, però, la questione è come al solito un po’ più complessa, e occorre fare qualche precisazione.

    Prima di tutto, c’è da ricordare che oltre un quarto di questa cifra proviene da fondi temporanei del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, sulla cui centralità e importanza, peraltro, numerosi membri dell’attuale governo si sono detti in passato più che scettici, e senza i quali il primato sui governi precedenti si ridurrebbe di circa 300 milioni.

    Secondariamente, parte dell’incremento è dovuta all’adeguamento obbligatorio all’inflazione, necessario per coprire l’aumento dell’importo minimo delle singole borse, non a una scelta politica aggiuntiva.

    Non va dimenticato, infine, che, nel confronto europeo, l’Italia resta comunque tra gli ultimi paesi per investimento in istruzione in rapporto al prodotto interno lordo.

    Si tratta di un primato, dunque, che si regge solo se isolato dal contesto che lo produce.

    Lo sgravio fiscale non è una novità di questo governo (e non è una misura da disdegnare)

    La ministra presenta gli sgravi fiscali come una misura “già in atto” da rafforzare con altro, poiché insufficiente e scarsamente efficace. In realtà, a oggi, lo sgravio fiscale è una delle misure che più contribuisce a un reintegro di lavoratori e figure professionali qualificate: si è passati, infatti, da poche migliaia di beneficiari nei primi anni di applicazione della norma (introdotta nel 2015) a oltre 25.000-30.000 beneficiari annui a ridosso del 2023, dove il forte incremento è stato trainato soprattutto dal Decreto Crescita del 2019, che aveva alzato la detassazione fino al 70% (e al 90% per il Sud).

    Infrastrutture di ricerca e “nuove opportunità”: quali, di preciso?

    Bernini rivendica un impegno sulle infrastrutture di ricerca come alternativa strutturale allo sgravio fiscale.

    I numeri disponibili raccontano però una situazione diversa: ne è la riprova il Fondo di Finanziamento Ordinario che, secondo flcgil.it e testate come roars.it, risulta sostanzialmente fermo se rapportato a inflazione e costi energetici delle infrastrutture, nonostante l’annuncio di un aumento nominale di 50 milioni di euro riportato da ansa.it.

    Come non fosse sufficiente, i fondi straordinari del PNRR sono in scadenza, e la loro fine rischia di lasciare senza copertura decine di migliaia di figure precarie della ricerca (assegnisti, contrattisti, ricercatori), con un piano straordinario che, comunque, copre attualmente appena 2.000 posti stabilizzati, a fronte di oltre 35.000 precari della ricerca reclutati negli ultimi anni (dati flcgil.it).

    Secondo le associazioni studentesche (CNSU), infine, parte dei nuovi fondi per i ricercatori viene attinta da altri capitoli di spesa interna o neutralizzata dai limiti al turnover del personale, con il rischio concreto di dissesto finanziario per gli atenei storici.

    Retorica e realtà: quando il divario fra le due è incolmabile

    Tra la retorica del “prestito di cervelli” e i dati disponibili c’è una distanza difficile da colmare: non ci sono evidenze di rientri sistematici, il record sulle borse di studio dipende in larga parte da fondi temporanei e dall’inflazione, lo sgravio fiscale citato, che, al contrario di quanto sostenuto da Bernini, contribuisce e favorisce, pure se in minima parte, un reintegro dall’estero dei profili professionali più giovani, precede in ogni caso l’attuale governo, e le infrastrutture di ricerca presentate come soluzione strutturale restano sottofinanziate rispetto al fabbisogno reale. Prima di parlare di prestito, andrebbe chiarito chi presta, a quali condizioni, e, soprattutto, chi è davvero libero di scegliere se restare o partire.