A distanza di quasi un mese si può dire: come per ogni più recente occasione, fra una cosa e l’altra, così anche l’edizione da poco conclusasi del Meeting di Rimini, più precisamente la 47a, è stata al centro dell’attenzione e del dibattito popolare. Vi hanno preso parte alcune delle figure più in vista del panorama politico italiano, e la presenza del pontefice Leone XIV — a cui va riconosciuto un discreto coraggio — ha portato in fiera un invito esplicito all’apertura sociale nei confronti delle figure più ai margini della società:
Il Movimento, i gruppi, le comunità siano un trampolino da cui tuffarvi nell’intera realtà. Contrastate ciò che vorrebbe allontanarvi da fratelli e sorelle di culture, sensibilità e provenienze diverse, specialmente dai più poveri. Uscite, invece, incontro a tutti!
Un appello che non può che stridere con la presenza, nello stesso contesto, di diversi esponenti di destra portavoce di posizioni opposte, favorevoli a politiche di respingimento e “remigrazione”.
Un intervento passato inosservato
È passato, invece, forse con un certo senso di consapevolezza e convenienza, più inosservato un passaggio dell’intervento a cura della ministra Anna Maria Bernini al panel del 21 agosto 2026 “Talenti in cerca di futuro. Lavoro, giovani e demografia” — nel corso di un evento, c’è da dire, molto distante da un effettivo dibattito, privo, come prevedibile, di un qualsiasi contraddittorio. Verso la fine dell’incontro, la ministra ha deliberatamente preso iniziativa, volendosi concentrare e richiamando l’attenzione su di una questione che, di base, risulterebbe quanto meno delicata per qualunque politico, figurarsi per un ministro dell’università e della ricerca quale è lei oggi: e così, ecco che al posto di preferire il silenzio, e non imbarcarsi in un’impresa tanto ostica, Bernini decide di fronteggiare la piaga del fenomeno della “fuga di cervelli” a viso aperto, dichiarando quanto segue.
Un discorso che accumula in pochi minuti concetti, piani e dati diversi, e in cui è bene separare, valutare e ponderare ciascuna affermazione.
“Fraintendimenti drammatici”: quali, esattamente?
La premessa della ministra lascia aperta una prima domanda: a quale drammatico fraintendimento si riferisce? L’incidente diplomatico, a volere usare un eufemismo, in questione corrisponde verosimilmente a una precedente dichiarazione della stessa Bernini, secondo cui:
In quell’occasione, dunque, la ministra sosteneva che la fuga di cervelli non andrebbe contrastata, ma favorita, alimentata, con l’obiettivo di reintegrare in un secondo momento gli stessi giovani, una volta forniti loro “motivi validi” per tornare — senza però mai specificare, né allora né nell’intervento del 21 agosto, quali siano, nel concreto, queste presunte buone ragioni, o come il paese da lei rappresentato si sarebbe potuto rendere di nuovo appetibile.
“Prestito”, non fuga: ma quanti tornano?
Il concetto di prestito, coniato dalla stessa ministra, dovrebbe garantire, o implicare, per definizione, una restituzione. Se i giovani formati in Italia che vanno all’estero fossero davvero “in prestito”, ci si aspetterebbe un flusso di rientro misurabile. La ministra non fornisce alcun dato in merito, e la domanda resta aperta: quante persone tornano, oggi, dopo essere partite? Cosa dovrebbe spingerle a farlo, al di là delle intenzioni dichiarate?
Di seguito una serie di dati per sopperire alle, senz’altro non intenzionali, mancate precisazioni e risposte non fornite da Bernini: secondo il rapporto I giovani e la scelta di trasferirsi all’estero, costruito sui dati dell’istat.it e realizzato dalla fnordest.it, in un arco di tempo che intercorre dal 2011 al 2023 sono 550.000 i giovani del nostro paese, fra i 18 e i 34 anni, a essere partiti per l’estero; considerando che, nel medesimo lasso di tempo, ne sono tornati appena 172.000, ‘(…) il saldo negativo effettivo si attesta a 377mila giovani in fuga dall’Italia.’
C’è poi una questione a monte, più radicale: cosa spinge le persone a partire? Per una parte di loro, corrispondente al 28% partire non è una scelta tra opzioni ugualmente valide, ma l’unica strada percorribile per costruirsi un futuro dignitoso. Confondere chi vuole partire con chi è costretto a farlo significa ignorare la differenza tra libertà di movimento e mancanza di alternative.
Un principio, alla base, controproducente
A preoccupare, o, se non altro, lasciare un po’ perplessi è poi l’approccio che Bernini dimostra di avere, in generale, nei confronti di un problema che non si può di certo nascondere: a sentire le sue parole, o leggere quanto dichiarato in passato, pare che un certo flusso migratorio di giovani menti all’estero sia inevitabile e che, quindi, una possibile soluzione per fare fronte alla crisi in pieno svolgimento sia quella di reintegrare solo in un secondo momento le stesse nel suolo e nella società italiana; un po’ come se, invece di prevenire una criticità, la si debba necessariamente provare a risolvere una volta che questa sorge e si inasprisce.
Ci sarebbe da chiedere, a questo punto, alla ministra a cosa dovrebbero servire le, seppure scarse, risorse stanziate dal governo che concorrono alla spesa pubblica totale, per quel che concerne l’istruzione, dove, sicuramente senza accorgersene, Bernini dimentica di precisare che il governo di cui lei è parte può vantare di essere fra le potenze europee che meno investono in istruzione, come riporta il rapporto Investing in Education, condotto dalla Corte dei Conti e costruito sulla base dei numeri di eurostat.it.
Insomma, dove il pensiero della ministra dovesse riflettere la filosofia di governo delle massime cariche dello stato, non si può che immaginare un progressivo declino della spesa pubblica complessiva italiana da destinarsi all’istruzione, già del 2,3% indietro rispetto alla media dell’unione europea.
Resta inoltre da chiarire un punto che la ministra non affronta, se non in maniera piuttosto sommaria e con una discreta dose di pressapochismo: se lo Stato sostiene chi sceglie di fare ricerca all’estero, che ne è del dovere, altrettanto concreto, di sostenere finanziariamente chi sceglie di restare?
L’investimento in borse di studio mai raggiunto prima: a cosa è dovuto?
Il dato che più emerge, riportato da Bernini, è quello di un presunto primato per quanto concerne i finanziamenti in borse di studio, rispondente a oltre 880.000.000€; a proposito, però, la questione è come al solito un po’ più complessa, e occorre fare qualche precisazione.
Prima di tutto, c’è da ricordare che oltre un quarto di questa cifra proviene da fondi temporanei del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, sulla cui centralità e importanza, peraltro, numerosi membri dell’attuale governo si sono detti in passato più che scettici, e senza i quali il primato sui governi precedenti si ridurrebbe di circa 300 milioni.
Secondariamente, parte dell’incremento è dovuta all’adeguamento obbligatorio all’inflazione, necessario per coprire l’aumento dell’importo minimo delle singole borse, non a una scelta politica aggiuntiva.
Non va dimenticato, infine, che, nel confronto europeo, l’Italia resta comunque tra gli ultimi paesi per investimento in istruzione in rapporto al prodotto interno lordo.
Si tratta di un primato, dunque, che si regge solo se isolato dal contesto che lo produce.
Lo sgravio fiscale non è una novità di questo governo (e non è una misura da disdegnare)
La ministra presenta gli sgravi fiscali come una misura “già in atto” da rafforzare con altro, poiché insufficiente e scarsamente efficace. In realtà, a oggi, lo sgravio fiscale è una delle misure che più contribuisce a un reintegro di lavoratori e figure professionali qualificate: si è passati, infatti, da poche migliaia di beneficiari nei primi anni di applicazione della norma (introdotta nel 2015) a oltre 25.000-30.000 beneficiari annui a ridosso del 2023, dove il forte incremento è stato trainato soprattutto dal Decreto Crescita del 2019, che aveva alzato la detassazione fino al 70% (e al 90% per il Sud).
Infrastrutture di ricerca e “nuove opportunità”: quali, di preciso?
Bernini rivendica un impegno sulle infrastrutture di ricerca come alternativa strutturale allo sgravio fiscale.
I numeri disponibili raccontano però una situazione diversa: ne è la riprova il Fondo di Finanziamento Ordinario che, secondo flcgil.it e testate come roars.it, risulta sostanzialmente fermo se rapportato a inflazione e costi energetici delle infrastrutture, nonostante l’annuncio di un aumento nominale di 50 milioni di euro riportato da ansa.it.
Come non fosse sufficiente, i fondi straordinari del PNRR sono in scadenza, e la loro fine rischia di lasciare senza copertura decine di migliaia di figure precarie della ricerca (assegnisti, contrattisti, ricercatori), con un piano straordinario che, comunque, copre attualmente appena 2.000 posti stabilizzati, a fronte di oltre 35.000 precari della ricerca reclutati negli ultimi anni (dati flcgil.it).
Secondo le associazioni studentesche (CNSU), infine, parte dei nuovi fondi per i ricercatori viene attinta da altri capitoli di spesa interna o neutralizzata dai limiti al turnover del personale, con il rischio concreto di dissesto finanziario per gli atenei storici.
Retorica e realtà: quando il divario fra le due è incolmabile
Tra la retorica del “prestito di cervelli” e i dati disponibili c’è una distanza difficile da colmare: non ci sono evidenze di rientri sistematici, il record sulle borse di studio dipende in larga parte da fondi temporanei e dall’inflazione, lo sgravio fiscale citato, che, al contrario di quanto sostenuto da Bernini, contribuisce e favorisce, pure se in minima parte, un reintegro dall’estero dei profili professionali più giovani, precede in ogni caso l’attuale governo, e le infrastrutture di ricerca presentate come soluzione strutturale restano sottofinanziate rispetto al fabbisogno reale. Prima di parlare di prestito, andrebbe chiarito chi presta, a quali condizioni, e, soprattutto, chi è davvero libero di scegliere se restare o partire.


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