In una società narcotizzata dalle vessazioni e abituata a soffrire, la violenza è prima di tutto un sintomo

Dal palco del Fabrique di Milano, Willie Peyote ha commentato gli scontri di questi giorni: la violenza va condannata, ma le cose valgono meno delle persone. Tra il decreto sicurezza e la protesta degli autotrasportatori,…

Willie Peyote canta al microfono durante il concerto al Fabrique di Milano.

Sono destinate a far discutere le parole pronunciate martedì 20 ottobre dal palco del Fabrique di Milano da Guglielmo Bruno, nome d’arte Willie Peyote. In occasione del proprio concerto, nella capitale italiana della moda, l’artista ha lanciato un messaggio molto forte, e altrettanto chiaro, commentando quanto verificatosi negli ultimi giorni proprio nel capoluogo lombardo. Tra sabato 17 e domenica 18 ottobre la città è stata teatro di scontri, vetrine infrante e negozi saccheggiati, dopo che un corteo contro le guerre e il caro vita era partito pacificamente. Nella sola giornata di domenica sono stati fermati almeno 160 giovani, circa l’80% dei quali minorenni; tra Milano, Torino e Bologna i fermati sono stati circa 330, in gran parte minorenni.

Queste, per intero, le parole dell’artista:

Ora l’Italia è abbastanza in subbuglio da nord a sud, ma questa città è stata l’epicentro delle proteste più fragorose, no?

Ma come avete sentito da questi ultimi pezzi, la mia posizione la conoscete: ho fatto un pezzo su Luigi Mangione, quindi la mia posizione è abbastanza chiara.

Però, però, però, in questi giorni si sente molto la frase: «La violenza va condannata sempre, la violenza va sempre condannata». Tutti gli schieramenti politici han fatto la gara a chi lo diceva per primo.

Io sono sicuro che qualcuno, anche tra di voi, pensi che la violenza vada sempre condannata. Ed è… io… è comprensibile, lo capisco, lo capisco, ma non sono d’accordo.

Non sono d’accordo perché la violenza va sempre condannata, ma viviamo in un sistema molto violento: un sistema che ci sta sfrattando dalle nostre case, non possiamo più permetterci un affitto. In questa città, nella mia città, sta cominciando… non possiamo permetterci un pieno di benzina. Gli stipendi sono fermi da trent’anni e qualcuno parla di riarmo, qualcuno parla di mandarli al fronte. E quella roba è molto più violenta.

Ma soprattutto, soprattutto perché le persone che stanno delegittimando le proteste di questi giorni parlando solo della violenza sono le persone che usano la violenza come cifra stilistica, come programma politico. Sono persone che parlano di remigrazione, sono persone che parlano di togliere il reato di femminicidio, sono persone che pensano che ci siano italiani di serie B, che se hai un certo cognome o un certo colore della pelle tu non sarai mai italiano davvero.

Sono persone che negano il cambiamento climatico, sono persone che davanti a settantamila morti a Gaza si girano dall’altra parte. Però sono le stesse persone, sono le stesse persone che poi volevano la grazia per Mario Roggero, perché per legittima difesa si può ammazzare due cristiani che ti rubano a casa.

Però quando poi vedi gli abusi di potere in giro per le strade di questa città, della mia città, pensi alle vetrine, pensi alle cose. E qua vi voglio, rega: il centro è esattamente questo. Il problema è che quando ci fa più male, quando ci indigna di più, quando ci spaventa di più la violenza sulle cose che la violenza sulle persone, è lì che abbiamo perso, raga.

È lì che il sistema vince, è lì che questo sistema di merda ci impoverisce di più. Il centro è quello. Io capisco che ci sono dei coglioni, ma le cose sono meno importanti delle persone, punto. Punto.

Una posizione senz’altro forte quella dell’artista torinese, che non intende arretrare di un passo rispetto a quanto espresso, e che non ammette riserve. Va ribadito, del resto, che non c’è in essa alcuna assoluzione della violenza: c’è la denuncia di una gerarchia rovesciata, in cui una vetrina rotta desta più scandalo di una vita compromessa.

La domanda di fondo che ne discende è: cosa succede quando anche la manifestazione pacifica non basta a smuovere le coscienze di quanti governano e manovrano le sorti di un paese? Le piazze del Nord e i presidi del Sud hanno origini diverse, il caro vita e le guerre da una parte, il carburante dall’altra, ma pongono lo stesso problema: quello della risposta. E la risposta, a guardarne i tempi, parla da sé.

Si prenda l’esempio della protesta portata avanti nel meridione. Gli autotrasportatori si mobilitano dai primi di ottobre contro il caro carburante, bloccando strade e merci per accendere i riflettori su una situazione che li vede vittime di un sistema che nei decenni li ha sempre più trascurati. I disagi per i cittadini sono stati reali, tanto che in Puglia 150 stazioni di servizio su 300 sono rimaste senza carburante, e proprio questo racconta quanto la situazione fosse ormai insostenibile per chi ha scelto di fermarsi. Il ministro dei trasporti Matteo Salvini ha parlato con uno di loro il 17 ottobre, al telefono, in vivavoce, grazie alla mediazione di un consigliere regionale leghista, limitandosi a promettere di incontrare una delegazione di Puglia, Calabria e Sicilia. Il tavolo istituzionale, già fissato, si è tenuto martedì 20 ottobre in Prefettura a Milano, dopo oltre una settimana di blocchi a Foggia. Nessuna presenza sul territorio, nessun ascolto dal vivo delle voci di chi è piegato dal sistema di cui lo stesso ministro è parte: una telefonata e la classica, intramontabile promessa di occuparsi della questione.

Per gli scontri di Milano, invece, sono bastati due giorni. Il 20 ottobre il Consiglio dei ministri ha approvato un decreto che introduce il reato di partecipazione violenta a una manifestazione, con pene fino a cinque anni e 20mila euro di multa, l’arresto differito e l’obbligo per i genitori dei minori di rispondere dei danni. Il reato riguarda chi, in un gruppo di cinque o più persone, lancia pietre, petardi o bastoni; il decreto estende poi il fermo preventivo ai minori e rende sempre imputabili, fino a prova contraria, i ragazzi tra i 14 e i 18 anni. Nulla di nuovo, e che non dovrebbe stupire più di tanto: la scelta è ancora una volta quella di concentrarsi su chi ha manifestato il proprio disagio nella maniera più radicale, anziché tentare un approccio mediatore o quantomeno di ascolto.

È in questo senso che anche i disordini più esplicitamente violenti possono essere letti come sintomo, e come avvertimento. Chi negli ultimi anni ha adoperato un linguaggio di violenza, ricorrendo a quest’ultima come, per citare le parole dell’artista, cifra stilistica, farebbe bene a non stupirsi se quella stessa lingua attecchisce altrove. Arriverà mai il momento in cui ci si renderà conto che la violenza tanto condannata altro non è, prima di tutto, che un disagio condotto ai suoi massimi estremi, che non si vuole ascoltare? Finché non ci sarà l’intenzione di prestarsi all’ascolto da parte di chi preferisce tapparsi le orecchie, il prezzo da pagare sarà sempre più alto, fino a che, forse, a cedere non sarà la tenuta stessa del pavimento su cui poggiamo tutti.


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