Giustizia in prima serata: «Primetime» e il confine tra bene e male

Nel film di Lance Oppenheim, Robert Pattinson è Chris Hansen, conduttore di To Catch a Predator. Tra ascesa televisiva e crisi personale, Primetime interroga il confine tra fare giustizia e farsi giustizia da sé, mostrando…

Fotogramma di Primetime di Lance Oppenheim: un uomo in giacca scura seduto su una poltrona a righe in un salotto buio, ripreso attraverso un vetro bagnato in luce blu, con un televisore acceso sullo sfondo.

Il confine tra fare la cosa giusta e farsi giustizia da sé è sottile: il film di Lance Oppenheim lo mette in scena con efficacia, ma non sempre riesce a spiegarlo.

Per comprendere perché l’opera di Lance Oppenheim sia così centrale non serve risalire ai fatti che la hanno ispirata, cioè il programma televisivo To Catch a Predator, andato in onda su NBC tra il 2004 e il 2007. Il tema della giustizia privata, del resto, ricorre con regolarità anche nel dibattito pubblico italiano. Primetime, primo lungometraggio di finzione del regista e documentarista statunitense, presentato in concorso alla Mostra del cinema di Venezia e da poco nelle sale italiane, porta davanti al nostro pubblico una questione familiare e solleva un interrogativo morale di forte rilevanza.

La trama

Nel 2006, negli Stati Uniti, il giornalista Chris Hansen conduce To Catch a Predator: falsi profili di adolescenti attirano in una casa uomini che credono di incontrare dei minorenni, e a riceverli ci sono le telecamere. Il film è un racconto di finzione che si ispira a quella vicenda reale. Ma quando la caccia diventa spettacolo, chi sta davvero giudicando chi?

La forma

L’impianto narrativo

La scrittura di Ajon Singh adotta un impianto lineare e progressivo, costruito come una parabola ascendente che coincide con la fortuna del programma: a due anni dalla nascita il format si impone presso il grande pubblico e conquista la prima serata. La traiettoria si alimenta di casi sempre più grotteschi, incarnati da profili di predatori dai tratti via via più molesti e disturbati, e prevede per sua natura un culmine oltre il quale ogni ulteriore escalation è difficile da immaginare.

È dunque fisiologica la brusca frenata che investe la portata sensazionalistica dello show, costretto a ricercare bersagli sempre più rari, e che coincide in buona parte con la crisi personale del protagonista. Il racconto si trasforma allora in un secondo rettilineo, segnato dalla corsa ossessiva verso un caso capace di restituirgli il successo e la consacrazione definitiva del programma.

L’andamento conosce alcune brevi pause drammaturgiche, tra cui il primo sfogo disperato della giovane esca, scritturata per sostituire la precedente, durata più o meno una sola puntata e vittima di un crollo psicologico. È particolarmente riuscita la resa della registrazione della prima puntata e dell’interpretazione di Dan, costretto a improvvisare il proprio personaggio in presa diretta, ignaro delle violenze che subirà. Le riprese iniziali sull’esca, esposta a un principio di violenza sessuale a tutti gli effetti, sono scritte con efficacia e producono nello spettatore un profondo senso di disagio e di violazione di sé. L’introspezione nell’animo del protagonista, stratificato, ossessionato dal successo e segnato da fantasmi del passato appena accennati, è parziale e vissuta con una sofferenza non sempre coerente, ma risulta ben comunicata e di immediata ricezione.

La recitazione

La prova di Robert Pattinson è solida e credibile in ogni snodo della narrazione: magnetica davanti alle telecamere, sempre più incrinata quando i riflettori si spengono. A risentirne, semmai, è il personaggio costruito sulla sua figura. Si sarebbe apprezzata un’insistenza più rigorosa sul tormento interiore del conduttore, che invece trova più volte tregua nel corso della storia, mentre il suo passato occupa un ruolo troppo marginale e poco convinto.

Buona anche la recitazione dei comprimari, sebbene ad alcuni, come la produttrice del programma, sarebbe stato opportuno concedere maggiore spazio e un peso più incisivo oltre i pochi cenni sparsi nel racconto. Gisondo non stona nell’impianto costruito dal regista, ma non lascia il segno, anche a causa di un personaggio limitato.

La fotografia

L’uso del colore si distingue per precisione: espressivo, coerente, in alcuni passaggi esplicativo dell’evoluzione stessa della storia. Il regista, insieme al direttore della fotografia David Bolen, costruisce un linguaggio visivo capace di restituire il clima televisivo e multimediale dei primi anni Duemila, con riprese digitali girate con le telecamere DV usate all’epoca per il programma e poi scansionate su 16mm. Il dialogo tra interni ed esterni, in ogni scena ambientata nel luogo delle riprese, è condotto con maestria e accompagna lo spettatore in ogni angolo della casa.

La sostanza

Sul piano dei contenuti, l’opera offre numerosi spunti di riflessione, ma dispone sul fuoco più carne di quanta riesca a cuocere: ogni tema riceve un’attenzione diseguale e in alcuni passaggi la scrittura risulta trascurata.

La giustizia privata

Il nucleo più evidente, insito nello spirito stesso del programma, è la giustizia privata. Il film ne mette in scena i limiti strutturali: il meccanismo è perverso, la polizia appare asservita a un’iniziativa privata e la giustizia viene amministrata davanti alle telecamere. Il tema, radicato nella cultura statunitense del «farsi giustizia da sé» e ricorrente nel dibattito pubblico italiano, impone alcune domande, a partire dal senso e dall’utilità, sul piano giuridico, di quanto avviene all’interno del programma.

La gogna e la pena rieducativa

A chi giova esporre alla gogna televisiva chi viene mostrato al pubblico come colpevole prima ancora di un processo? A questo si aggiunge una considerazione: chi adesca un minorenne può presentare una condizione di disturbo che la sola umiliazione pubblica non è in grado di curare. Non si tratta di assolvere chi può aver commesso un reato e va perseguito nelle sedi legali. Ma cosa aggiunge di buono l’accanimento su chi è già destinato a rispondere delle proprie azioni, consegnato alla giustizia popolare oltre che a quella istituzionale?

Il confronto con il nostro ordinamento, che all’articolo 27 della Costituzione assegna alla pena una finalità rieducativa, rende la questione ancora più netta: è possibile recuperare chi, dopo un’esposizione tanto brutale, si sente condannato per sempre? Se bastasse l’atto peggiore a definire una persona, quanti si salverebbero?

Il giustiziere e il suo prezzo

In quel caso il primo a pagarne le conseguenze sarebbe il giustiziere stesso. Fuori dal set, l’Hansen del film conduce un’esistenza moralmente opinabile: una relazione al di fuori del proprio matrimonio e una presenza scarsa in famiglia, sacrificata all’inseguimento ossessivo del successo. Il film ne accenna l’origine in un desiderio di rivalsa sul proprio passato, senza però svilupparlo. Va ricordato che si tratta di un personaggio: la cronologia reale è stata alterata, e la relazione del vero Hansen emerse solo anni dopo la fine del programma. La parabola mostra comunque il prezzo di rincorrere il riconoscimento a ogni costo, e cosa accade quando l’insoddisfazione di sé si insinua nel bisogno di essere qualcuno.

Affiora a questo punto una riflessione di fondo: se per fare del bene si deve infliggere del male, il confine tra bene e male si dissolve, perché il fine non basta a giustificare il mezzo. È una posizione discussa, sulla quale non mancano obiezioni solide. Non si tratta di negare la distinzione tra chi giudica e chi è giudicato, per la quale esistono i tribunali, ma di ricordare che giudicare senza garanzie e per intrattenere ne cambia la natura. Resta in piedi, in fondo, la domanda su chi, senza peccato, possa scagliare la prima pietra.


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